L’Europa che dovrebbe essere e che non è.

unione_europeaDi fronte ai continui attacchi al progetto di Unione Europea concepito dai nostri Padri fondatori durante la seconda guerra mondiale, l’unica risposta a cui ho subito pensato è la pubblicazione dell’articolo 1 del manifesto di Ventotene del 1941, quanto mai attuale e mai superato. Purtroppo i politici di casa nostra ed i loro colleghi europei non conoscono la storia e meno che mai hanno letto questo documento in tutto o in parte. Non possiamo permetterci un ritorno a nazionalismi falsamente autarchici e di autodeterminazione dei popoli che nascondono in realtà regimi fortemente autoritari se non dittatoriali, dove l’utilizzo della guerra e della repressione sono i metodi utilizzati per risolvere, rispettivamente, le controversie internazionali ed il dissenso interno. Serve dunque dialogo, cooperazione e rilancio del progetto politico dell’UE senza perdersi in inutili discussioni sulla moneta unica. L’Unione è andata in crisi per i fenomeni migratori e non per l’euro, a dimostrazione che mancava del “collante” politico piuttosto che economico. Troppi errori sono stati fatti in questi anni dai nostri governanti che hanno privilegiato un’Europa delle Banche e delle multinazionali piuttosto che dei “cittadini europei” usciti da due conflitti mondiali nel solo novecento. Torniamo a questo, all’Europa dei valori, dei diritti e delle democrazie che hanno influenzato il resto del mondo.
Un grazie ad Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni ed Ursula Hirschmann

“Per un’Europa libera e unita”
Ventotene, agosto 1941
I – LA CRISI DELLA CIVILTÀ MODERNA
La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si è venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della vita sociale che non lo rispettino:
1. Si è affermato l’eguale diritto a tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. Ogni popolo, individuato nelle sue caratteristiche etniche geografiche linguistiche e storiche, doveva trovare nell’organismo statale, creato per proprio conto secondo la sua particolare concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore ai suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo.
L’ideologia dell’indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di più vasta solidarietà contro l’oppressione degli stranieri dominatori; ha eliminato molti degli inciampi che ostacolavano la circolazione degli uomini e delle merci; ha fatto estendere, dentro il territorio di ciascun nuovo stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili. Essa portava però in sé i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali.
La nazione non è più ora considerata come lo storico prodotto della convivenza degli uomini, che, pervenuti, grazie ad un lungo processo, ad una maggiore uniformità di costumi e di aspirazioni, trovano nel loro stato la forma più efficace per organizzare la vita collettiva entro il quadro di tutta la società umana. È invece divenuta un’entità divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri possono risentirne. La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera suo “spazio vitale” territori sempre più vasti che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza senza dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell’egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti.
In conseguenza lo stato, da tutelatore della libertà dei cittadini, si è trasformato in padrone di sudditi, tenuti a servirlo con tutte le facoltà per rendere massima l’efficenza bellica. Anche nei periodi di pace, considerati come soste per la preparazione alle inevitabili guerre successive, la volontà dei ceti militari predomina ormai, in molti paesi, su quella dei ceti civili, rendendo sempre più difficile il funzionamento di ordinamenti politici liberi; la scuola, la scienza, la produzione, l’organismo amministrativo sono principalmente diretti ad aumentare il potenziale bellico; le madri vengono considerate come fattrici di soldati, ed in conseguenza premiate con gli stessi criteri con i quali alle mostre si premiano le bestie prolifiche; i bambini vengono educati fin dalla più tenera età al mestiere delle armi e dell’odio per gli stranieri; le libertà individuali si riducono a nulla dal momento che tutti sono militarizzati e continuamente chiamati a prestar servizio militare; le guerre a ripetizione costringono ad abbandonare la famiglia, l’impiego, gli averi ed a sacrificare la vita stessa per obiettivi di cui nessuno capisce veramente il valore, ed in poche giornate distruggono i risultati di decenni di sforzi compiuti per aumentare il benessere collettivo…….

Antonio Ceccantini

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